martedì 30 agosto 2016

LA “DONNA HITCHCOCKIANA”; LE MUSE ISPIRATRICI DEL MAESTRO DEL BRIVIDO.




Un paio di volte l'anno, come i malesseri di stagione, mi assale una turpe voglia di tutto ciò che riguarda Hitchcock e dintorni, finendo per rivedere film visti mille volte, sfogliare monografie lette mille volte etc. Lo scorso ottobre avevo dedicato un post ai suoi film, adesso lo dedico alle sue donne, fondamentali per la riuscita del suo cinema.
Hitchcock, un uomo non bello ed eternamente sovrappeso, legato a una donna geniale ma come lui senza alcuna attrattiva fisica, tendenzialmente misogino, cercò di idealizzare la donna come nessun altro mai; movimenti di telecamera che sono come carezze a donne di grazia e bellezza superiori, che mai il frustrato Hitch avrebbe potuto avvicinare se non fosse stato il più grande regista di tutti i tempi. E fu fortunato ad aver lavorato in un periodo densissimo di attrici bellissime e raffinate quanto talentuose; con la penuria di vere grandi dive che affligge il cinema odierno, la meno dotata e fortunata delle sue attrici sarebbe richiesta come protagonista da chiunque.
Le interpreti meravigliose (sia per bellezza che per bravura) che hanno popolato i cinquantatre film del maestro sono decine, ma in questo articolo ci occuperemo di quelle attrici che" appartengono" a Hitch più che a chiunque altro, o che  addirittura hanno brillato solo sotto la sua direzione.
Mi spiego; sarebbe doveroso occuparsi di artiste bellissime e bravissime come Sylvia Sidney, Maureen O'hara, Teresa Wright, Marlene Dietrich, Jane Wyman, Carole Lombard, Tallulah Bankhead, Julie Andrews, Anne Baxter e  Shirley MacLaine, ma sono stelle che hanno brillato maggiormente con altri registi, e che col regista hanno lavorato troppo poco e talvolta in film poco riusciti. O anche di dive come Alida Valli o Kim Novak, che con Hitch non si sono intese nemmeno per sbaglio, nonostante le loro prestazioni siano di livello; qui si parlerà solo delle muse personali del regista. Non farò graduatorie ne esprimerò preferenze per una o per l'altra, alcune di loro le ho amate e le amo troppo, e sono tutte sullo stesso piano; per cui me ne occuperò citandole in ordine cronologico, per un periodo che va dai film muti fino agli anni sessanta, per sottolineare di come Hitch abbia sempre cercato una "sua" donna, e puntualmente quando la trovava esse poi lo sfuggivano, si allontanavano da lui, forse per quell'abbraccio troppo asfissiante di una cinepresa dotata di mani insinuanti che le metteva a nudo più che se fossero rimaste davvero senza veli.
Tutte le attrici veramente Hitchcockiane avevano una caratteristica in comune; erano bionde o comunque di pelle chiara, di una bellezza sofisticata (e talvolta sofisticata e carnale al tempo stesso, come vedremo) e di una grazia superiore, difficilmente riscontrabile nella realtà anche in quei tempi più pudichi. Infatti Hitch notoriamente detestava il tipo di donna troppo carnale come Marylin Monroe, Brigitte Bardot e Martine Carol, mentre tra le Hitchcockiane mancate risultano attrici "semifreddo" come Catherine Deneuve o anche Audrey Hepburn, che girò thriller alla Hitchcock come “Sciarada” ma senza mai (purtroppo) lavorare direttamente col maestro.
Cominciamo la rassegna. Due precisazioni; le foto delle attrici non sono sempre tratte dai film in cui recitano con Hitchcock, ma ho solo scelto le foto che reputo più belle tra quelle disponibili in rete. Inoltre, quando non diversamente indicato nei credits, il ruolo che esse svolgono nei film interpretati è sempre quello della protagonista.



1 - LILLIAN HALL- DAVIS (1898--1933, appare in "Vinci per me" (The ring, 1927) e "La moglie del fattore" (The farmer's wife,1928).





 Ok, se molti di voi non l’hanno mai sentita nominare, non è una colpa; questa attrice si segnala per essere stata la prima ad essere davvero affiatata col giovane Hitchcock, ma con esso ha girato solo due film muti.
Il merito di Lillian Hall Davis, vagamente somigliante a Lillian Gish e con un’oncia del suo talento, è stato quello di interpretare in modo convincente due tipi femminili molto diversi tra loro, in due film ascrivibili entrambi al genere della commedia.
Nel primo film, “The ring” una pellicola a me molto cara per varie ragioni (Il mio primo muto hitchcockiano, la bellezza delle riprese dell’ancora agreste campagna Inglese, simpaticissimi interpreti) , interpreta una seducente ragazza di campagna dalla moralità abbastanza discutibile, visto che passa con estrema disinvoltura tra le braccia dei due pugili protagonisti della vicenda, tradendo il marito boxeur dilettante con il campione in carica ma poi pentendosi mentre il marito sta per essere umiliato dal rivale anche sul ring (Cornuto e mazziato, dicono a Napoli) e dandogli la forza di reagire e sconfiggerlo. Insomma, un personaggio al tempo molto discutibile, che però l’attrice sa far apprezzare ugualmente.
Nel secondo film “The farmer’s wife” commedia di derivazione teatrale simpatica ma troppo statica, interpreta invece una devota, umile e fedele governante che si strugge d’amore per il padrone, il quale invece cerca una moglie del suo stesso rango non accorgendoci che la donna ideale l’avrebbe già in casa. Qui la Hall-Davis ha meno possibilità di mostrare la sua versatilità, anche se il suo volto angelico è la cosa del film che si ricorda con più piacere.
L’attrice, purtroppo, non collaborerà più con Hitch anche perché subito dopo questi film iniziò per lei il declino, con una crisi artistica e personale (come tanti altri attori del muto, non riuscì ad adattarsi al sonoro e finì ai margini dello star system) che la porterà alla depressione e poi al suicidio, nel 1933, a soli 35 anni. La prima notevole attrice Hitchcockiana fu quindi un’infelice, purtroppo.
QUANTO LA AMO? Mi è sempre piaciuta molto, con quel fascino celestiale e quel faccino dolce, anche se è un’attrice che ha lasciato troppo poco per entrare nella memoria. Fu una perdita grave per il cinema Inglese e per gli spettatori di tutto il mondo.



2 - ANNY ONDRA (1902 - 1987, appare in "L'isola del peccato" (The Manxman, 1928) e "Ricatto" (Blackmail, 1929)




Se la Hall-Davis si avvicinava già molto alla futura donna Hitchcockiana “tipo” Anna Sophia Ondrakova, attrice Cecoslovacca arrivata in cerca di fortuna negli studios Inglesi, era invece l’incarnazione di ciò che il regista avrebbe “aborrito” negli anni della maturità; prorompente, carnale, seduttiva, aveva come diceva il regista con disprezzo “Il sesso stampato in faccia” e ben poco fascino etereo, ma ciononostante, anche per una grande intesa col regista sul set documentata anche da questa gustosa clip (nella quale peraltro si evidenzia l’umorismo sboccato del regista, che chiede all’attrice se la sera prima è andata a letto con qualcuno e cita una barzelletta oscena…)

video

la Ondra è da considerarsi la prima vera bionda di Hitch.
Col regista interpreta da protagonista due pellicole tra le migliori del primo periodo; in “TheManxman- L’isola del peccato”  recita nel ruolo di una giovane isolana “traviata” in modo estremamente convincente (il marito pescatore chiede all’amico giudice di badare alla fidanzata mentre lui va a far fortuna; come se fosse facile stare accanto a una simile bomba sexy e tenere le mani a posto….) e in “Blackmail- Ricatto”, invece, primo film sonoro e grande successo del regista, interpreta una giovane un poco civetta che accetta un appuntamento da un simpatico sconosciuto che si rivela essere un pervertito, e lo uccide per legittima difesa. Se i due film funzionano, lo si deve anche alla brava Ondra, che in Blackmail, causa il suo terribile accento slavo, verrà doppiata in presa diretta da Joan Barry, futura interprete di “Ricco e strano”.
La collaborazione con Hitch finirà poi subito dopo, visto che l’attrice tornerà in Germania dove tra l’altro sposerà il pugile Tedesco Max Schmeling, rimasto negli annali per aver atterrato il grande Joe Louis; reciterà ancora per qualche anno, poi si ritirerà dalle scene e vivrà serena col marito fino alla morte, nel 1987.

QUANTO LA AMO? Parecchio; ammetto che “Blackmail” e “The Manxman” lo riguardo, nonostante siano entrambi buoni film,  soprattutto per lei, un vero mix di simpatia, bravura e sensualità.




3-MADELEINE CARROLL ( 1906 - 1987, appare in "Il club dei 39 (The thirty- nine steps, 1935) e "L'agente segreto" (Secret agent, 1936)



La carriera del regista decollò dal 1934 in poi grazie anche agli interpreti di sempre maggiore levatura, tra cui la Carrol, forse la bionda Hitchcockiana più sofisticata in assoluto prima di Grace Kelly. Raffinata, altera e capricciosa o scanzonata e simpatica a seconda del copione, era un’attrice formidabile tra le migliori in assoluto della scuola Inglese. Anche lei fu protagonista di due pellicole del maestro, la prima un capolavoro e la seconda notevolissima, e la sua carriera continuò poi a Hollywood con film come “Il prigioniero di Zenda” e “Figlio, figlio mio” per poi rallentare notevolmente (specialmente dopo il matrimonio della Carroll con l’attore Sterling Hayden)  fino alla scomparsa dalle scene. Qualche altro film e sarebbe stata una stella imperitura, invece oggi pochi la ricordano ed è un gran peccato, perché di attrici come Madeleine Carroll, perle rare già al tempo, non ne nascono più.
QUANTO LA AMO? Beh, è sempre un grande piacere rivederla sullo schermo, ma a me le donne troppo raffinate e irraggiungibili hanno sempre un poco intimorito, e non riesco a farmele piacere come dovrei; gran piacere per gli occhi e la mente, non è mai stata nel mio cuore.



4 - NOVA PILBEAM (1919 - 2015, appare in un ruolo secondario in "L'uomo che sapeva troppo" del 1934 "The man who knew too much) e in "Giovane e innocente" (Young and innocent, 1937).




Con Nova Pilbeam abbiamo il primo tentativo del regista di allevare un’attrice tutta per lui, di plasmarla ed eleggerla a sua musa. Si racconta che Hitch, sempre piuttosto tirannico e indisponente coi suoi attori, con la giovanissima Nova fu sempre amorevole e gentile, e forse fu la sua prima “sbandata” per un’attrice che, non potendo possedere se non con turpi proposte (ma a quanto se ne sa, Hitch non era il tipo da cose del genere), cercò di idealizzare sullo schermo. In ogni caso, dopo il ruolo secondario ma importante della figlia rapita dei coniugi Lawrence nella prima versione de “l’uomo che sapeva troppo”  offrì una convincente prova da protagonista in “Giovane e innocente” (Molti critici scrivono che la sua interpretazione è stata legnosa, ma invece fu perfetta per il personaggio di una ingenua e sbarazzina ragazza di campagna; vederla sullo schermo è un piacere unico, sprigiona freschezza e giovinezza a ogni inquadratura) l’attrice, proposta dal regista per il ruolo di protagonista di “Rebecca”,  scelse invece di sposarsi e ritirarsi dalle scene, e Hitch la prese malissimo.
QUANTO LA AMO? Ammetto senza vergogna che per lei ho avuto una vera e propria cotta adolescenziale; quando vidi “Young and innocent” per la prima volta, a 16 anni, elessi la Pilbeam come la ragazza dei miei sogni, e anche se ovviamente con gli anni ho apprezzato di più altre attrici, Nova resterà per sempre nel mio cuore, e quando lo scorso Luglio ho letto della sua scomparsa sono stato triste per un po’. 



5-JOAN FONTAINE (1917 - 2013, appare in "Rebecca" (id., 1940) e "Il sospetto" (Suspicion, 1941)




Con Joan Fontaine si ebbe il primo fulgido esempio di donna Hitchcockiana “improvvisata”. Si, perché per interpretare il ruolo della seconda signora De Winter, dopo il rifiuto della Pilbeam, il regista e i produttori si trovarono in alto mare, e Hitchcock scelse un’attrice giovanissima ma già con qualche prova all’attivo, e in poco tempo riuscì a plasmarla in un’attrice a lui perfettamente congeniale. In “Rebecca” nel ruolo dell’uccellino spaurito che cresce e affronta prove immani per amore, è assolutamente eccezionale, forse la più grande interpretazione femminile in un film del maestro. E anche nel successivo “Il sospetto” nel ruolo di ragazza di campagna dimessa, quasi una vittima sacrificale , è convincentissima. Peccato che, dopo queste due sfolgoranti interpretazioni, il regista e la Fontaine si siano allontanati, e lei stessa, dopo quache altro exploit come “Lettera da una sconosciuta” non abbia avuto una carriera all’ altezza delle premesse iniziali. Tornerà nel mondo Hitchockiano dalla porta di servizio nel 1958 per interpretare un episodio de “L’ora di Alfred Hitchcock” dal titolo “Fino alla nausea” ma, seppur appena quarantenne, la sua bellezza virginale appare già sfiorita, e fa quasi male rivederla in una produzione del maestro. Muore novantaseienne nel 2013, mentre la sorella maggiore e grande rivale Olivia de Havilland le sopravvive, e lo scorso primo Luglio ha festeggiato il traguardo dei cento anni di età. Già, la De Havilland; che peccato non averla mai vista in un film di Hitchcock.
QUANTO LA AMO; Follemente; ho rivisto Rebecca e Il sospetto decine di volte, anche per le sue interpretazioni straordinarie. Una splendida attrice, una ragazza bellissima, il mio tipo di donna ideale.



6 - INGRID BERGMAN (1915 - 1982, appare in "Io ti salverò" (Spellbound,1945) "Notorious" (id., 1946) e "Il peccato di Lady Considine" (Under capricorn, 1949)




Parlare della grande Ingrid Bergman mi fa quasi soggezione, in quanto devo stare attento a non abbondare di superlativi; ma come faccio, visto che, tralasciando la sua filmografia spaventosa, anche solo per i tre film girati con Hitch, seppure uno solo sia un capolavoro, le sue interpretazioni sono comunque da dieci e lode?
In “Io ti salverò” film che sulle prime non mi convinceva ma più lo rivedo più acquista spessore, la Bergman, nei panni della psicologa innamorata del suo paziente (un Gregory Peck qui piuttosto moscio, che rovina un po’ la pellicola) fornisce una prova superlativa, ma è in Notorious, spalleggiata da un titanico Cary Grant, che fornisce una delle sue prove in assoluto più elevate. Passionale, altera, sofferente, un capolavoro di interpretazione che impreziosisce un film che sarebbe stato eccezionale anche girato con un’attricetta del varietà.
Il terzo e ultimo film che lei girò col maestro, uno degli ultimi a Hollywood prima dello scandalo Rossellini, fu “Il peccato di Lady Considine”, film stranissimo, di grande fascino ma del tutto avulso dal mondo Hitchcockiano, si rege tutto su una interpretazione drammatica e a tratti melodrammatica di una donna nevrotica e alcolizzata, quasi il personago di Notorious  portato alle estreme conseguenze; grande Bergman, ma film imperfetto.
Quando, nel 1956, l’attrice ritornò a Hollywood, Hitch non la chiamo più, le loro strade si erano separate, ma a quanto pare, contrariamente a tante altre attrici, in buoni rapporti reciproci.
QUANTO LA AMO; Come ogni cinefilo che si rispetti, la amo alla follia, non mi permetto nemmeno di fare tanti giri di parole; come direbbero a Roma per la squadra giallorossa, la Bergman non si discute, si ama.



7-GRACE KELLY (1929 - 1982, appare in "Il delitto perfetto" (Dial M for murder,1954) "La finestra sul cortile" (Rear window,1954) e "Caccia al ladro"  (To catch a thief, 1955 )




La Texana Grace Kelly (si, uno se la immaginava Parigina, Londinese, Newyorkese o al massimo di San Francisco, invece era una Cowgirl e agli inizi aveva, si dice, un accento yankee terribile e movenze per nulla affettate) Si ricorda per due cose; essere stata la più esemplare bellezza sofisticata della storia del cinema e avere fatto un matrimonio da sogno col principe Ranieri di Monaco. Ma soprattutto è stata al tempo stesso il più grande trionfo e la più grande pugnalata al cuore di Alfred Hitchcock. Il maestro, infatti, non amò nessuna come lei, la plasmò, la dirozzò e la valorizzò al massimo fino a renderla una grande icona del ventesimo secolo. Se Marilyn era la donna, lei era il sogno. La sua bellezza quasi soprannaturale  fece passare in secondo piano anche le sue doti di attrice, che, va detto non erano assolutamente eccelse; brava, ma certamente lontana anni luce da una Ingrid Bergman o Joan Fontaine.
Quando Hitchcock decise di farne una sua creatura, la giovane Grace aveva già lavorato in alcuni film importanti, su tutti “mezzogiorno di fuoco” dove era la moglie, angelica e tosta al tempo stesso, di un crepuscolare Gary Cooper.
Con Hitchcok, Grace Kelly interpretò alla fine solo tre pellicole (comunque quasi un record, solo la Bergman ne interpretò altrettante) ma che hanno lasciato tutte il segno. Nel godibile “Il delitto perfetto” non è ancora la creatura eterea rimasta nell’immaginario collettivo, anzi interpreta una moglie fedifraga in pericolo in un ingegnoso film girato tutto in interni, ma è col successivo “La finestra sul cortile” che la Kelly, fin dalla prima scena nella quale sveglia con un soave bacio l’addormentato James Stewart, viene consegnata alla storia del cinema. Anche nel resto della pellicola l’attrice recita in punta di cinepresa il ruolo di fidanzata maliziosa, sofisticata ma anche coraggiosa, fornendo forse la prova attoriale migliore di una pellicola dove pure i grandi interpreti abbondano.
Nella terza e ultima pellicola, il divertente ma un poco frivolo “Caccia al ladro” interpreta, in una escalation della sofisticatezza, una ricca nobildonna in vacanza, apparentemente glaciale ma che, con un improvviso ed eroticissimo bacio mentre tutt’attorno esplodono i fuochi d’artificio, sorprende totalmente un pur smaliziato Cary Grant.
Ma Hitchcock commise un grave errore, ovvero quello di girare veramente in costa azzurra invece di ricostruirla a Hollywood; successe che, durante le riprese, un giovane principe che non aveva niente da fare venisse a curiosare sul set, e si innamorasse ricambiato della primadonna. Il maestro andò su tutte le furie, arrivando quasi a minacciare la Kelly di azioni legali, ma l’attrice rescisse il contratto e preferì diventare una principessa.  Una fortuna per lei, una sfortuna per gli spettatori, poco ma sicuro.

QUANTO LA AMO; Impossibile negare il fascino superiore e la bellezza perfetta, ma per lei provo l’effetto “Madeleine Carroll” la ammiro come una meravigliosa opera d’arte, ma non riesce a scaldarmi il cuore, tutto qua. Ma capisco come questa sia una mia mancanza, non è certo colpa della povera Grace di Monaco.



8- VERA MILES (1929 - vivente, appare in "Il ladro" (The wrong man, 1957) e "Psycho" (id., 1960)





Questa attrice, attiva soprattutto negli anni cinquanta, è uno strano caso di donna-non-donna Hitchcockiana. Mi spiego meglio; non era bionda, non era affatto sofisticata ma anzi era una sensuale maggiorata, eppure il suo charme era in un viso e degli occhi bellissimi, e Hitchcock riuscì a trasformarla tanto da renderla una  credibile simil-Grace Kelly, anche se poi, in sequenze leggermente più sofisticate, la sua bellezza popolare prendeva il sopravvento.
E Vera Miles fu colei che forse, dopo Grace Kelly, causò il più grosso travaso di bile al regista; dopo una parte impegnativa di donna qualunque che scivola lentamente nella follia  nel bellissimo “Il ladro” sostenuta davvero egregiamente, Hitchcock iniziò a cucirle su misura il ruolo che l’avrebbe resa la sua nuova musa, ossia quello, per cui sarebbe stata davvero perfetta, della signora Elster di “Vertigo”. Ma l’attrice, prima dell’inizio delle riprese, annunciò  al regista di essere rimasta incinta. Per Hitch fu uno shock, un colpo basso, che lo gettò nello scoramento, e seppur di malavoglia dovette ripiegare sulla pur funzionalissima Kim Novak, che però Hithcok, ingiustamente, trattò malissimo, facendola sempre sentire una seconda scelta, un ripiego indesiderato. Ma a dirla tutta molto peggio andò alla Miles stessa, che in pratica compromise  la sua ascesa Hollywoodiana (ma credo che un figlio possa ripagare qualsiasi mancata carriera, almeno supppongo, poi non so) e dopo un ruolo secondario in Psycho e qualche episodio di “Alfred Hitchcock presenta” l’attrice uscì dai radar sia Hitchcockiani che cinematografici tout court, e si dedicò alla famiglia.
QUANTO LA AMO; Beh, mi è sempre piaciuta molto, nel “Ladro” è ancor più brava che bella, e anche i telefilm a cui ha preso parte li ho graditi moltissimo. Una buona attrice che apprezzo senza impazzirci.




9 - JANET LEIGH (1927 - 2004, appare in "Psycho”, 1960 )




Si, forse è un poco fuori posto, ma non potevo davvero escludere un'attrice che si ricorda non tanto per una interpretazione di rilievo, quanto per una sola scena, ovvero la geniale, iconica sequenza della doccia in “Psycho”, forse la scena più celebre della storia del cinema; tutti la conoscono, ma pochi conoscono la Leigh, che comunque, pur essendo anch’essa non conforme ai canoni del regista (misure da maggiorata, sessualmente aggressiva, in pratica una sorellina di Marilyn) che infatti la “usò e gettò” , ebbe, specialmente prima di Psycho, una carriera di tutto rispetto, con parti importanti in film come “Lo sperone nudo” di Anthony Mann o "Piccole donne" di Mervyn LeRoy. Il punto più alto prima di Psycho lo raggiunse senz’altro nel capolavoro di Orson Welles “Touch of evil” (Imbecillle titolo Italiano; l’infernale Quinlan) dove interpreta la moglie del poliziotto “buono” Charlton Heston, che verrà brutalizzata e imbottita di droga da un banda di balordi  in una sequenza tra le più pulp di sempre. Ma in ogni caso, il suo nome resterà sempre legato a Psycho, senza di esso ormai della Liegh se ne sarebbe perso, nel marasma di maggiorate del cinema del dopoguerra, anche il ricordo, e il suo nome sarebbe appannaggio di pochi cinefili.
QUANTO LA AMO; Bella era bella, e quando avevo 13 anni la sequenza di lei che si spoglia ed entra nella doccia (non si vede nulla, ma si immagina tantissimo) entrò nei miei sogni più lieti; ma come attrice, a parte una bella presenza, non l’ho mai trovata nulla di che. Decorativa.



10 - TIPPI HEDREN (1930 - vivente, appare in "Gli uccelli" (The birds, 1963) e "Marnie (id, 1964)




Negli anni sessanta il cinema era cambiato, e Hitchcock, anche se era ancora uno dei registi migliori in assoluto, non aveva saputo capire i nuovi attori, i figli dell’ Actor’s studio; Dopo il parziale fallimento  patito con Vera Miles, non era più riuscito a plasmare una diva che lo soddisfacesse appieno (e che si facesse comandare a bacchetta..) , ma nel 1963, fuori tempo massimo, volle fare un ultimo tentativo di creare una nuova Grace Kelly, e l’onore (ma anche l’onere!) toccò a Tippi Hedren.
Questa attrice, se per certi versi aveva le phisique du role per la bionda Hitchcockiana tipo, era però carente di un altro requisito indispensabile, ossia il talento, e stavolta l’invecchiato genio del cinema fu uno degli ultimi ad accorgersene, complice una imbarazzante infatuazione per l’attrice, che creò tensioni pressoché costanti in entrambi i film da lei interpretati. Se però ne “Gli uccelli” l’attrice, nonostante alcune riprese traumatiche (quando viene aggredita dai corvi, gli animali sono veramente legati a lei da cordicelle invisibili, e la Hedren riportò delle escoriazioni e danni alla cornea…brrr) riuscì a convincere anche la critica, in “Marnie” è ben visibile che regista e diva sono due separati in casa; la recitazione della Hedren è svogliata e monotematica, e sembra che il regista non se ne sia poi preoccupato molto. Per dirvi il clima allegro sul set; dopo una lite, Hitch parlò con la Hedren solo per interposta persona, “dica a quella li che…” oppure il simpaticissimo regalo natalizio del regista alla piccola figlia della Hedren, la futura stella Melanie Griffith, che si vide recapitare una bambola con le fattezze della madre…deposta in una bara(!!) e poi ci si chiede perché l’attrice cessò di lavorare con lui.
Dopo il disastro Hedren, Hitch, nei suoi quattro ultimi film, non cercò assolutamente più di creare altre dive, limitandosi a dirigere gli attori che gli davano a disposizione. Per quanto riguarda la Hedren, dopo i due film col maestro ebbe solo ruoli secondari, e poi lavorò per la televisione, una carriera tutto sommato modesta in questo caso specchio fedele delle capacità dell’attrice, che comunque resterà nella storia del cinema per essere stata l’ultima vera “Bionda Hitchcockiana”.
QUANTO LA AMO? Per nulla, mi spiace dirlo ma quando penso a lei immagino un brodo al semolino, insipido e inconsistente. Capisco le bellezze “semifreddo” ma in confronto a lei la Deneuve e Jane Birkin parevano la verace Gina Lollobrigida nel ruolo della bersagliera in “Pane amore e fantasia”. No grazie.

Bene, queste per me le dieci attrici esemplari di un esemplare genio del cinema,alle quali ha tanto dato e dalle quali ha tanto ricevuto.

domenica 28 agosto 2016

POLILLO PUBBLICA "WHISTLE UP THE DEVIL" DI DEREK SMITH.


Ciamo amici, rieccomi qua, e con una bellissima nuova!

Come diceva Guccini in una vecchia canzone, "Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull'età, dopo l'estate porta il dono usato della perplessità"... ma a parte queste cosette non proprio piacevoli, quest'anno il primo mese autunnale porta anche una bella novità per i giallofili; il primo settembre, infatti, uscirà in libreria per i Bassotti Polillo nientemeno che il titolo forse in assoluto più richiesto dai giallofili nostrani, ovvero "Whistle up the devil" di Derek Smith, uscito da noi negli anni cinquanta  col titolo (tradotto letteralmente) di "Un fischio al diavolo" per la collana gialli Casini, in una traduzione forse incompleta ma comunque molto difficilmente reperibile sul mercato dell'usato; per troppi anni questo romanzo leggendario, che vorrebbe essere un omaggio a tutti i topoi della camera chiusa e un punto d'arrivo del genere, era rimasto un sogno per troppi, ma ora la benemerita Polillo, un anno dopo un altro capolavoro ( Morte in ascensore di Alan Thomas) ci regala l'emozione di averlo in tutte le librerie. Il titolo Polilliano del romanzo sarà "L'enigma della stanza impenetrabile" e forse lasciare "Un fischio al diavolo" sarebbe stato più carino, ma a noi interessa il contenuto.

Insomma, da giovedì tutti ai posti di blocco, per scattare in libreria!!


domenica 7 agosto 2016

BUONE VACANZE!!

Anche per quest'anno il blog (a dire il vero non molto operoso...) si ferma per le vacanze estive; auguro a tutti voi bellissime vacanze, e un bel libro sotto l'ombrellone o in baita, o anche nell'intimità della vostra casa; ci ritroviamo a Settembre, un abbraccio a tutti i miei lettori!

Omar.

mercoledì 13 luglio 2016

"IL PENSIONANTE" DI GEORGES SIMENON.

Una delle cose migliori della casa editrice Adelphi, nonostante i suoi prezzi davvero troppo alti per libri di nemmeno 200 pagine, sono senz'altro le riproposizioni dei romanzi del prolificissimo Georges Simenon, praticamente un pozzo senza fondo a cui attingere e che riscontra, una volta tanto, un giustificatissimo successo anche di pubblico, oltre che di critica.


Come sapete, a me Simenon piace molto, sia Maigret che extra Maigret; non ritengo tutti i suoi libri automaticamente capolavori come fanno tanti, anzi ce ne sono alcuni che proprio non mi hanno detto nulla (ma, vedi anche Maugham e Kipling, alcuni autori riscoperti da Adelphi, da bistrattati che erano, finiscono per essere addirittura sopravvalutati proprio grazie alla patina di snobismo letterario che distingue questa casa editrice) ma in ogni caso i suoi libri si fanno sempre leggere con piacere, aldilà del risultato finale.
SImenon, diciamocelo, oltre che talentuoso era un mestierante furbissimo, forse colui che capì più alla perfezione come dosare quegli ingredienti per cui il pubblico lo amò fin da subito; atmosfere e descrizioni di Parigi o della provincia Francese, personaggi ambigui e sessualmente disinibiti, escursioni in scenari esotici, e soprattutto una scrittura che arriva al sodo, che non si perde in dettagli inutili, che centra il bersaglio senza tergiversazioni.
 Ma nel 1934, ai tempi in cui scrisse "Il pensionante" il SImenon che esaminerò in questa occasione, il Belga non era ancora un autore completo come nei romanzi della maturità. Nato nel 1903, aveva esordito da giovanissimo scrivendo, con lo pseudonimo di George Sim un mucchio di romanzotti a sensazione oggi tenuti scientemente nell'oblio (ma ai quali non mi dispiacerebbe dare una lettura) e poi raggiunse un fulmineo successo coi primi libri di Maigret; ma l'autore, un poco stufo del personaggio, volle tornare a romanzi senza personaggi fissi senza però gli orpelli del Feuilleton ma con una formula simile ai Maigret, seppur con un intreccio poliziesco labile se non inesistente, più drammi umani che thriller,  raggiungendo subito risultati di tutto rispetto, tra cui "Colpo di Luna", "Il passeggero del Polarlys" , "I Pitard" , fino a questo "Le locataire" datato 1933.

Diciamolo subito per evitare malintesi; questo romanzo, seppur buono, non è a livello dei migliori Simenon. E' una storia interessante ma mal calibrata nel ritmo, e con troppi personaggi irrisolti.

La trama, tipicamente Simenoniana, parla di un uomo, Élie Nagéar, che si intuisce già perdente, già vittima del suo destino. Ebreo Turco ma di origini Portoghesi (!) Nagear, dopo un affare andato a monte, uccide un facoltoso Olandese per rubargli le motle banconote che sapeva che l'uomo aveva con se. SI rifugia a Bruxelles dalla sua amante, Sylvie, avventuriera ed entraineuse dalla morale equivoca che poco ha della femme fatale dei noir, in quanto persona pratica, che si vende senza il minimo scrupolo all'amante di turno che può farle dei regali, senza provare niente per essi.

La ragazza, più infastidita che coinvolta dalla situazione, dice a Nagear di andare a nascondersi nella pensione gestita da sua madre e sua sorella, nella vicina Charleroi, dopo avergli preso una parte del bottino. E qua Nagear, individuo inquieto ben prima di essere braccato dalla polizia per l'omicidio, magicamente, grazie alle cure della madre di Sylvie che lo adotta come un figlio, scopre, nel rigido inverno Belga, che il microcosmo della pensione è per lui il rifugio caldo e quieto che non ha mai avuto e che, forse, desiderava da una vita; non esce mai, passa le giornate nel calore della famiglia Baron, conversa con la scontrosa Antoinette, sorellina di Sylvie (personaggio di adolescente problematica e con istinti repressi che avrebbe potuto essere sfruttato molto meglio) e con i mal assortiti pensionanti, tra cui un giovane ebreo del ghetto di Vilnius e un polacco che odia gli ebrei (sinistra anticipazione dell'ondata antisemita che proprio in quei mesi avrebbe travolto l'Europa) e tra quelle modeste mura inizia a vivere quasi una nuova vita. Ma, nel mondo all'esterno della pensione Baron, la polizia si avvicina sempre più alla verità....

Insomma, se dalla mia sinossi avete ricavato l'impressione che Il pensionante sia un buon thriller venato di suspense (come l'omonimo film Hitchcockiano, che ovviamente non c'entra nulla con questo romanzo) avete ragione solo in parte. Perchè si, la storia è buona e sicuramente sulle prime coinvolge, ma poi l'autore si concentra troppo sulla vita di Nagear alla pensione, volendo raccontare la storia di un uomo che quasi torna bambino finisce per sacrificare la fluidità dell'intreccio e il pathos pian piano finisce per scemare, e la conclusione arriva un poco stanca, come nel calcio un attaccante che prende la palla a centrocampo, fa una gran volata verso la porta ma arriva confuso e poco lucido e fa un tiro telefonato e prevedibile. Ma, ricordiamo, il miglior Simenon aveva ancora da venire, forse vent'anni dopo avrebbe sfruttato al massimo le potenzialità elevatissime offerte della trama. In ogni caso un libro da leggere, che trova un suo riassunto nella frase bellissima tratta dal Mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, ossia "Tutti vorrebbero tornare bambini, anche i peggiori di noi. Anzi, forse i peggiori di noi lo sognano più di tutti".

venerdì 8 luglio 2016

"LA MORTE IN VACANZA" DI JANICE HAMRICK.

Purtroppo, con l'allarme terrorismo e specialmente dopo il doloroso caso Regeni, abbiamo smesso di guardare l'Egitto come lo abbiamo sempre guardato, ossia come un paese fiabesco con un grande passato e tante mete turistiche da sogno. Chi non ha mai desiderato di vedere la Sfinge e le Piramidi? forse solo Roma ha altrettanto appeal. Ma purtroppo, fino a data da destinarsi, questa magia anche solo immaginaria è evaporata, e chissà se tornerà.

In ogni caso, nel 2011 la giovane Janice Hamrick, scrittrice già al terzo romanzo e abbastanza sulla breccia in patria, scrisse un romanzo dove l'Egitto, a parte qualche magagna dovuta principalmente alla burocrazia locale, era ancora raccontabile come meta di una vacanza da sogno.

Oddio, da sogno, intendiamoci bene; nel romanzo "La morte in vacanza" uscito lo scorso maggio nel GM, si parla di un viaggio, ma organizzato; certo, credo sia di gran lunga il metodo più sicuro per visitare quelle aree del mondo, ma personalmente l'idea di aggregarmi a un gruppo di sconosciuti, comandato a bacchetta da una guida e costretto a rigidi e inflessibili orari e a ritmi massacranti mi sembra semplicemente orribile, preferisco non vedere che vedere a quelle condizioni; per me e la mia  Fidanzata è già un viaggio faticoso uscire da Firenze, figuriamoci avventurarsi in simili gineprai.





Ma, fortunatamente per le agenzie di viaggio, molti la pensano diversamente, e l'Egitto rimane una meta delle più gettonate, specialmente dagli Americani; ed ecco quindi arrivare nella terra dei Faraoni una comitiva di Texani, tra cui spicca, tra personaggi comunque tutti ben delineati, la protagonista Jocelyn Shore, che viaggia con la seducente e capricciosa cugina Kyla, che si è unita alla cugina più per rinsaldare il loro rapporto un poco traballante che per vera vocazione. Tutta la variopinta comitiva, composta da famiglie di varia estrazione ed educazione, tra i quali una coppia di Australiani con una figlia che nasconde un segreto,  due svampite e irritanti sorelle, una zitella impicciona e maligna, e soprattutto Alan Stratton, bellone seducente e misterioso che viaggia da solo, e che diventa ben presto l'oggetto del desiderio di Jocelyn e Kyla.

Ora, Jocelyn potrebbe considerarsi l'erede delle fanciulle per bene e ingenue e travolte dal fascino dell'avventura rese famose da Edgar Wallace, ma il carattere è decisamente rapportato ai nostri tempi; l'eroina è ormai oltre la trentina, con un divorzio alle spalle, con ben poche inibizioni sentimentali e sessuali e un senso pratico che deriva dal lavoro (è insegnante in una scuola elementare) e dalle traversie della vita affrontate in prima persona e senza cavalier serventi.
Piacente ma non bellissima, ha un complesso di inferiorità enorme verso Kyla, decisamente più sexy e sfrontata, e che lo fa pesare alla cugina (assicurandosi puntualmente tutti gli uomini piacevoli e single che incontrano), meno bella ma soprattutto meno adatta di lei a fare la gatta morta.

Il viaggio in Egitto, della durata di dieci giorni e che toccherà tutto quello che c'è di più interessante, è una vera guida pratica anche per il lettore; dell'Egitto si conoscono di fama quasi tutti i monumenti, ma in pochi saprebbero dire dove sono ubicati, quali si raggiungono per primi andando da Nord a Sud, e quanta distanza effettiva ci sia tra essi. Se uno accarezzasse l'idea di un viaggio nel paese dei Faraoni, questo romanzo potrebbe dare un'idea di tempi, costi e ostacoli; si, perchè l'autrice, che evidentemente ha sperimentato la cosa in prima persona, non ci risparmia nemmeno i lati meramente pratici o addirittura sgradevoli, dalle impressonanti escursioni termiche tra notte e giorno, alla penuria dei servizi che scontentano puntualente l'occidentale che pensa sempre e comunque di trovarsi a Londra o New York, la sporcizia dei cammelli, l'insistenza dei venditori di cianfrusaglie; insomma, c'è poca dell'epicità o della trasfigurazione poetica di tanti libri e film Hollywoodiani (o dell'indulgenza verso usi e costumi di una Agatha Christie) ma al tempo stesso l'autrice è chiara su una cosa; le meraviglie che offre il paese vale comunque la pena di vederle, i disagi sono resi poca cosa dalla effettiva grande bellezza del tutto.

Il meccanismo giallo, non temete, è ben presente e si innesca fin dall'inizio, quando la zitella impicciona viene trovata morta ai piedi di una piramide; sembrerebbe uno sciocco incidente, ma oviamente non è cosi, e toccherà all'intrepida Jocelyn, aiutata dal fin troppo piacione Stratton  (che ovviamente non si fila la fin troppo facile preda Kyla preferendo la più virginale Jocelyn...vabbè, spero succeda spesso anche nella vita reale), dipanare un mistero che per un lettore esperto è tutt'altro che inestricabile, però tutto sommato l'intreccio mistery è abbastanza ben svolto e coerente.

In ogni caso, questo romanzo va letto come una pura evasione, per sentirsi parte di un viaggio organizzato che uno non si può permettere, o che non ha voglia o tempo di fare. Adattissimo sotto l'ombrellone, magari potrete far finta che la sabbia del lido nostrano che vi circonda sia quella del grande deserto Egiziano attraversato dal Nilo, o magari, come me, tirerete un sospiro di sollievo per NON essere in mezzo a quel caos ma davanti al nostro splendido, "banalissimo" mar Mediterraneo.