venerdì 14 aprile 2017

TANTI AUGURI DI BUONA PASQUA.

Cari amici e fan di "assassini e gentiluomini",

purtroppo la mia prolungata latitanza continua, spero prima o poi (ma credo più poi che prima...) di ricominciare ad avere il tempo di postare nuove cose, per il mio e (spero) vostro piacere.

Nel frattempo auguro a tutti voi e alle vostre famiglie tanti auguri per delle serene festività pasquali, magari in compagnia di un bel giallo d'antan.

Un caro saluto, e a presto.

Omar.

domenica 15 gennaio 2017

"LA FUGA" (Dark passage) DI DELMER DAVES, CON HUMPHREY BOGART.




Parlare di Humphrey Bogart mi costa sempre un certo imbarazzo; ho per lui una venerazione tale che mi parrebbe di ledere maestà a non parlarne solo per superlativi; dico solo che è un mio mito assoluto, sia l’attore che i personaggi da lui interpretati, quegli splendidi losers che o, appunto, perdono, oppure pagano a caro prezzo ogni loro effimera vittoria. Era un uomo non bello ma di un magnetismo assoluto, non grande e grosso ma che comunque incuteva timore e rispetto, un uomo che le donne amavano e gli uomini ammiravano profondamente.


Il mio primo incontro con Bogey fu quando ero tredicenne, in una di quelle estati perfette nelle quali ogni giorno è una possibile scoperta di cose nuove. Era un pomeriggio  talmente caldo che uscire di casa era una follia, e sulla Rai davano ogni giorno, alle 14 in punto, un grande film classico (bei tempi, ora solo talk-show spazzatura, anche in replica). La guida TV segnalava un certo “Il grande sonno” e diceva che era un grande giallo, genere che già al tempo cominciavo a seguire. Ora, sinceramente della storia ci capii poco o niente (e anche adesso non è che tutto mi sia chiaro) ma a lasciarmi a bocca aperta fu lo straordinario bianco e nero, Bogart/Marlowe che entra e si ritrova subito una bella ragazza che sviene, anche se per gioco, ai suoi piedi, poi l’incontro col vecchio nella serra caldissima, Lauren Bacall bellissima e misteriosa, le scazzottate con pittoreschi ceffi, le auto d’epoca, i bei vestiti, la libraia sexy  (Dorothy Malone) che flirta con Bogart…non pensavo che, abituato alle sciocchezzuole da ammeriga reaganiana di Stallone, Schwarzy e compagnia, che il cinema potesse essere tanto eccitante, e che si potesse essere fighi senza nessuno sforzo come faceva Bogey; da quel momento ho guardato ogni film da lui interpretato, li braccavo sulle guide tv, li registravo in vecchie VHS, e ora ho una collezione in DVD della quale sono gelosissimo; ma da quale film tra i tanti interpretati da Bogart potevo cominciare a parlare su questo blog? Il già citato “Grande sonno” e “Il mistero del falco” sono ormai talmente famosi da (almeno spero…)  non aver bisogno di approfondimenti, così come “Casablanca” o “Il tesoro della sierra madre” o “La regina d’africa”. No, ho optato per un film che fosse bello quanto i capolavori sopra citati ma che fosse poco noto, e soprattutto che ci fosse anche Lauren Bacall, compagna di vita di Bogey per 15 anni, fino alla prematura morte di lui, dovuta a quelle sigarette maledette quanto si vuole ma senza le quali non sarebbe però stato quell’icona indelebile che conosciamo.


“Dark passage”  bel titolo banalizzato in Italiano, è del 1947, quando la coppia Bogart-Bacall aveva appena girato The Big Sleep ed era al massimo del suo fulgore, e fu diretto da Delmer Daves, un regista discontinuo ma che quando gli davano una bella storia e dei grandi attori non era secondo a nessuno (basti pensare al bellissimo “L’amante indiana” con James Stewart). E di grande regia si deve parlare fin dai primi minuti, in quanto viene usata una tecnica allora quasi inedita, ovvero la soggettiva nella quale la macchina da presa diventa un personaggio vero e proprio con cui gli attori si rapportano; questo perché il protagonista NON si deve vedere prima di un certo momento, un elemento necessario per lo svolgimento della storia che venne reso in questo modo geniale.
La storia, inverosimile e ai limiti del fantastico come in certi neri di Woolrich, è questa; Vincent Parry, condannato all’ergastolo per un delitto non commesso riesce a evadere da San Quintino, il famigerato penitenziario di San Francisco. Nella sua fuga disperata viene aiutato da una giovane donna del mistero, Irene (naturalmente la Bacall), che lo soccorre senza chiedergli niente e lo ospita nella sua bella casa. L’evaso, col fin troppo generoso aiuto di un tassista, trova un dottore che gli cambi i connotati, facendolo diventare proprio..Bogart (eh, magari, ditemi dov’è che mi faccio Bogartizzare pure io). Ma, come nei migliori film Hitchcockiani, Parry/Bogart non userà la sua nuova faccia solo per fuggire, ma per muoversi più liberamente e cercare il vero colpevole, che nel frattempo ha ucciso anche il suo migliore amico; naturalmente, nella Pirandelliana situazione di uomo senza identità ne documenti, avrà delle difficoltà e sarà braccato a sua volta, e la ricerca si fa sempre più disperata, nonostante Irene sia sempre al suo fianco, sempre più innamorata del fuggitivo/giustiziere..


Insomma, una di quelle storie nere degli anni quaranta dove non c’è un attimo di respiro, tese come una corda di violino e nelle quali l’incredulità va sospesa senza riserve, ma quel che resta è un’esperienza visiva  e sensoriale eccitantissima; come per tanti altri grandi film del periodo, sono le pettinature, i vestiti, le auto, le riprese di una San Francisco ammaliante come in “Vertigo” che contribuiscono a creare il capolavoro. E poi gli attori, non solo i divi ma anche i caratteristi (C’è anche Agnes Moorehead, una delle attrici predilette di Orson Welles, in un ruolo secondario ma di grande spessore) il classico film dove tutto funziona alla perfezione e che si avrebbe voglia di riavviare un minuto dopo aver finito di vederlo, per rivederlo senza tensione addosso e apprezzarne le innumerevoli sfumature. Ok, magari qualcuno penserà che, da fan sfegatato dell’attore, sono un tantino di parte, ma per “La fuga” ogni superlativo è pienamente giustificato, Bogartiani o meno.

martedì 20 dicembre 2016

IDEE PER UN NATALE IN GIALLO.

Ciao a tutti cari amici,

siamo ormai in prossimità della festa più amata/odiata dell'anno, e come sempre cercherò di rubare più tempo possibile ad auguri e pranzi coi parenti dedicandomi alla mia attività preferita; letture e film a carattere poliziesco nel tepore di una casa calda e con la pancia piena di biasimevoli leccornie. Quello che segue è un vademecum su come passare una vigilia e un natale in compagnia dei grandi autori del giallo classico, e chi vuole (e puole) mi segua, altrimenti amici come sempre.


Iniziamo dal pomeriggio della vigilia; che bello starsene tranquilli in un caldo buono di Ungarettiana memoria, pensando alla gente che sgomita in gomitoli di strade alla ricerca forsennata del regalo dell'ultima ora, vero? ma farlo in compagnia di un giallo a tema lo è ancora di più. Vi consiglio due racconti straordinari strettamente legati alla vigilia di Natale, ossia "La bambola del delfino" di Ellery Queen, che narra di un furto compiuto in un grande magazzino brulicante di clienti in strenua ricerca dei regali di natale nell'America di fine anni quaranta, per poi seguire passo passo per le vie della Londra popolana di fine ottocento Sherlock Holmes e il fido Watson che, la sera della vigilia, quando già la città si sta acquietando e preparando alla festività, vanno alla difficile ricerca di un'oca farcita addirittura...di un diamante. Questa storia assolutamente perfetta per atmosfera e vivacità è "L'avventura del carbonchio azzurro" e la trovate nella raccolta "Le avventure di Sherlock Holmes", la prima e la più bella.
Dopo, quando finalmente giungerà la sera, molti di voi si dedicheranno al cenone e alla messa di Natale, e non ci sarà spazio per qualche altro bel crimine sotto il vischio, per cui passiamo alla mattina di Natale.
Se, in questa, alcuni di voi lettori avranno l'ardire di alzarsi di buon'ora e la fortuna di non avere già dalla mattinata la casa invasa dai parenti, potrebbero mettere su (o cercarlo su qualche canale Rai, che ultimamente  lo trasmettono sempre) il film "Il natale di Maigret", nel quale uno splendido Gino Cervi presta volto e corpulenza al celebre commissario che, proprio nelle prime ore della mattina di Natale viene interpellato per una questione assai spinosa che riguarda una strana visita di un misterioso Babbo natale nella stanza di una bambina inferma; Maigret risolverà il caso e, assieme alla moglie, troverà anche il modo di accudire la sfortunata piccola. Una storia tipicamente Simenoniana fatta di miserie umane frammiste a buoni sentimenti, una delle più belle e commoventi storie natalizie mai scritte.
 Dopo la proiezione del film, con l'ora del pranzo che si avvicina, potreste calarvi nelle perfette atmosfere di un natale ultra-british descritto con dovizia di particolari e un velo di dolce rimpianto da Agatha Christie in  uno dei suoi racconti più suggestivi, ovvero "L'avventura del dolce di natale" (o, in alcune edizioni, "Il rubino") nel quale Poirot viene invitato in una splendida magione apparentemente come ospite (ma in realtà la padrona di casa l'ha assunto in qualità di detective) dove tra una portata di pudding e una di ostriche consegnerà un ladro alla giustizia, passando al tempo stesso una meravigliosa festività natalizia.
Spero che, ultimata la lettura del racconto, possiate cullarvi dolcemente nel sogno di un antico natale Inglese, prima che il vociare dei vostri parenti vi riporti alla realtà; ma alla fin fine anche il nostro odierno natale italiano, se lo si continua a festeggiare con più o meno autentica allegria, poi tanto male non sarà.

Per cui, cari amici e followers di Assassini e gentiluomini, TANTI CARISSIMI AUGURI DI BUON NATALE E BUONE FESTE A VOI E ALLE VOSTRE FAMIGLIE!! 

martedì 29 novembre 2016

"MAIGRET E GLI ARISTOCRATICI" (O MAIGRET E I VECCHI SIGNORI) DI GEORGES SIMENON.

Tutte le volte che dichiaro che la serie del commissario Maigret è la vera “Comedie Humaine” del ventesimo secolo, sembra sempre che parta la sparata dell’appassionato di letteratura popolare che si vuole cimentare in paragoni importanti, ma ad ogni nuova lettura o rilettura di un romanzo del ciclo, la mia convinzione non solo rimane tale, ma si rafforza.
In fin dei conti la saga di Maigret, prima itinerante per tutta la provincia Francese (e ben oltre;Belgio, Olanda, perfino New York) e poi raramente ambientata fuori da Parigi e dintorni, ci ha regalato un affresco pressoché totale di una capitale Francese ormai talmente stravolta nel tessuto sociale e nell’urbanistica che quella Simenoniana risulta al lettore odierno (specialmente per chi conosce la città com’è adesso..io purtroppo ancora non ci ho messo piede) quasi un mondo fiabesco, una pura astrazione idealizzata come l’Ovest selvaggio di John Wayne o l’Inghilterra degli Squire e dei villaggetti.
Ma comunque la Parigi di Simenon, al contrario di altri mondi mitici, esisteva eccome, e l’autore ce l’ha presentata veramente in tutti i suoi aspetti; dai quartieri più popolari densi di commoventi perdenti Brassensiani(Maigret e il ladro pigro, Maigret e l’uomo della panchina, Maigret e il cliente del sabato) ai clochard lungo la Senna (Maigret e il vagabondo) ai nuovi quartieri-dormitorio proliferati dal dopoguerra in poi (La ragazza di Maigret) ai delicati ritratti di donna (Cecile, Maigret e la giovane morta) e soprattutto ci ha presentato via via i nuovi Parigini; gli immigrati Polacchi di “Un’ombra su Maigret” o il Libanese dell’omonimo romanzo, i giovani beatnik di Maigret e il ladro, niente e nessuno è sfuggito all’occhio critico benevolo e spietato al tempo stesso quando incredibilmente acuto dell’autore.

Ma prima del 1960, in un periodo della serie che molti ritengono già di decadenza ma che per il sottoscritto, come ho dichiarato altre volte, è quello con molti dei romanzi più belli, Simenon azzardò molto ambientando un suo romanzo (Dopo il celeberrimo Caso Saint-Fiacre) nel mondo dell’aristocrazia; nella Parigi postbellica in pieno fermento politico e sociale i tipi più in evidenza erano ben altri, tanto che la minoranza di sangue blu, privata di molto del suo blasone, in piena decadenza e con molti dei suoi rappresentanti ormai anziani, era considerata alla stregua di un fastidioso anacronismo, dei relitti avulsi dal nuovo contesto sociale.
Ma Simenon, che oltre che un genio era un uomo sensibilissimo, riuscì a rendere giustizia a queste persone in fondo sfuggenti e misteriose, spesso vittime del loro stesso augusto nome; Maigret, infatti, viene chiamato in seguito al ritrovamento del cadavere del conte di Saint-Hilaire, noto ex ambasciatore in persona, ucciso da ben quattro colpi di revolver nel suo studio da qualcuno che lui stesso aveva fatto accomodare. Maigret, che si sente in preda a una soggezione che sfiora il disagio in quell’ambiente di nobili a causa della sua infantile adorazione per la sfuggente e altera contessa di Saint-Fiacre (geniale il rimando al capolavoro scritto quasi trent’anni prima) considerata dal Maigret bambino come una sorta di dea benigna, inizia a indagare sulla vita del morto, e viene a conoscenza di una storia assurda che sembra tratta da un romanzo d’appendice di tanti decenni prima in stile Feval o Bourget, ovvero quella di un amore durato una vita e rimasto platonico per motivi di etichetta tra il morto e la contessa Isabelle, un amore nato in gioventù vissuto intensamente, con appassionate missive quotidiane, un continuo spiare in silenzio l’uno la vita dell’altro (sarà casuale il rimando al meraviglioso racconto “Wakefield” di Nathaniel Hawthorne? Chissà se Simenon lo conosceva…) vedersi appassire, invecchiare, sempre da lontano; a questa emozionante vicenda rievocata durante tutto il racconto si alterna la mediocrità degli eredi e dei parenti più giovani dei due nobili, persone meschine incapaci anche solo di capire tutto quel sentimento. Ma sarà uno di loro, giovanissimo e più sensibile degli altri, a incanalare il caso sui giusti binari, e un simpatico abate a fornire a un Maigret provato e commosso la (per niente scontata) soluzione.

Insomma, questo “Maigret et les vieillards” (Maigret e i vecchi signori nell'edizione Adelphi) ha tutti i pregi dei migliori romanzi Simenoniani senza averne i difetti, assolutamente uno dei migliori del ciclo, da recuperare senza esitazioni. E preparate qualche fazzoletto vicino al comodino.

domenica 13 novembre 2016

"I MISTERI DI CHALK HILL" DI SUSANNE GOGA.

Quando si acquista un romanzo avendo buone aspettative su di esso e queste non vengono deluse è una gran bella sensazione per un lettore, ma ve ne è una ancora migliore; acquistare un libro senza aspettarsi molto e trovarsi invece tra le mani un prodotto di gran lunga migliore di quel che si crede.
E’ stato questo, per me, il caso de “I misteri di Chalk Hill”, della giovane Tedesca Susanne Goga, al suo primo romanzo tradotto in Italia dalla fiorentina Giunti Editore.

                                           L'autrice (fonte immagini; sito Giunti editore)

Ammetto che avevo adocchiato questo romanzo in libreria un annetto fa, ma troppo era il timore che si rivelasse un ennesimo romance scontato, un epigono degli epigoni, e lo trascurai; ma una entusiastica recensione sul blog l’Oeil de Lucien, fonte inesauribile di consigli per il sottoscritto, mi ha fatto decidere per l’acquisto, anche per il prezzo irrisorio (soli 6,90 per un romanzo di 400 pagine) dell’edizione economica uscita da poco.
Lo presi a fine agosto, nel momento in cui l’estate, anziché declinare, decise di fare la voce grossa, e rimandai la lettura di questo mystery goticheggiante a un clima più adatto, che in questa prima parte di novembre non ha certo deluso in quanto a sere buie e tempestose.
Che dire; me lo sono letto in tre sere, con sconfinato diletto.


Inizio col dire che la trama è quella che ci si aspetta; una storia del mistero con venature gotiche e atmosfere Collinsiane, ma riproposte con verve e originalità, senza essere un rifacimento, come dichiarato da qualche recensore, del Jane Eyre di Charlotte Bronte; anzi, tra la trama delle due opere le similitudini sono davvero poche, casomai abbondano i riferimenti non solo a Collins ma anche alla Braddon, fino ad arrivare a John Dickson Carr, non per le trame mirabolanti quanto per un certo sottofondo magico-demoniaco che aleggia sullo sfondo, atmosfere nelle quali il romanziere Americano era maestro.
La storia, in fin dei conti, è abbastanza semplice; una giovane e sensibile (ma al tempo stesso volitiva e determinata) istitutrice Tedesca di nome Charlotte Pauly giunge nella splendida tenuta di Chalk Hill, appartenente al severo e tormentato Sir Andrew Clayworth, rimasto da poco vedovo, per prendersi cura di sua figlia Emily, una bambina di otto anni intelligente e molto sensibile, che manifesta evidenti disturbi legati alla recente tragica perdita della madre, morta suicida. E’ presto evidente che sulla magione aleggiano svariati misteri, di sospetta origine ultraterrena, in quanto la presenza della morta alleggia greve.
A questa storia si intreccia, per poi incontrarsi, la sottotrama riguardante Thomas Ashdown, brillante e curioso giornalista e critico teatrale che, dopo essere entrato a far parte di una società il cui obiettivo è studiare i fenomeni soprannaturali in modo scientifico smascherando al tempo stesso imbroglioni e ciarlatani (siamo alla fine del diciannovesimo secolo, epoca nella quale l’interesse per lo spiritismo era al massimo fulgore) giunge proprio a Chalk Hill per appurare quanto ci sia di vero nelle strane visioni della piccola Emily e di altri membri della servitù.
Sarebbe un delitto rivelare oltre, basta sapere che la suspense è gestita egregiamente, e i colpi di scena sono molteplici e per niente scontati; e poi, questo va sottolineato, la Goga ha una prosa di una leggerezza e nitidezza fuori dal comune, non ci sono pagine di troppo e tempi morti, e soprattutto l’autrice riesce a inchiodare il lettore alla poltrona senza premere sul pedale degli effettacci o del sesso sfrenato come ormai accade per molti romance contemporanei (anzi, se proprio si deve fare un appunto al romanzo, forse la storia d’amore, che comunque è presente, è troppo sacrificata rispetto ad altri aspetti, cosa che so già ad alcune mie lettrici non farà piacere…) ottenendo il risultato prefisso senza alcun bisogno di tinte troppo forti.


Certo, è ovviamente molto prematuro affermare che la letteratura ha trovato una nuova Shirley Jackson o Susan Hill o Sarah Waters, ma un altro banco di prova è ormai imminente; segnalo infatti che il prossimo mercoledì, 16 novembre, uscirà sempre per Giunti il secondo romanzo dell’autrice tradotto in Italiano, “Il segreto di Reverdiew college” che dalla trama promette faville; sarà il mio regalo di compleanno, ho molta fiducia in questa autrice, perché, comunque vada, questo “I misteri di Chalk Hill” è un romanzo che merita davvero di non finire nell’oblio, un piccolo capolavoro che spero col tempo diventi un classico del romanzo gotico contemporaneo.

giovedì 10 novembre 2016

RIPARTIAMO?....

Cari lettori e followers di "Assassini e gentiluomini",


Siccome, come canta Venditti "Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano", sono lieto di annunciarvi che il mio congedo, che forse era un arrivederci, alla fine era un arrivederci davvero. Diciamo che non ci speravo, ma ora che le cose per me vanno leggermente (e dico leggermente) con ritmi più lenti, posso tornare a dedicarmi al blog ma soprattutto, e qui stava l'impresa, a leggere libri dei quali poi scrivere.

La decisione di tornare a scrivere è dipesa anche, e ve lo dico di cuore, dai tanti messaggi che ho ricevuto, veramente carini e ai quali era davvero difficile rimanere indifferenti. Spero però che molti di voi che mi seguono decidano di commentare, di partecipare; sarà più divertente per voi e per me.

In ogni caso sarà difficile per me scrivere con la stessa frequenza di prima; dovrete accontentarvi, temo, di pochi post, ma si spera buoni.

Insomma, spero sarete con me in questa nuova vita di "Assassini e gentiluomini 2.0", vi aspetto numerosi!!

Omar.


sabato 24 settembre 2016

UN CONGEDO...FORSE UN ARRIVEDERCI.

Cari amici,

ormai vi sarete accorti del mio silenzio prolungato, dei post sempre più radi, della mancata segnalazione di novità e tanto altro. Senza dare tante giustificazioni, ammetto che una serie di fattori mi hanno tenuto e mi terranno lontano da questo blog. Si, senz'altro ho maggiori impegni familiari e lavorativi che tendono a riempire (nel bene e nel male) le giornate, ma sinceramente ammetto che dopo 5 anni di letture un filo monotematiche è venuto meno anche l'interesse, la passione per il genere; non seguendolo più, ho anche poco di cui parlare. Tre anni e mezzo di blog sono tanti, in fondo, la vita si evolve e così gli interessi, e se continuassi a postare lo farei solo per onor di firma, e non ho ore da perdere per questo, ahimè. Ho anche altri motivi per cui sono un poco deluso, ma non li esprimo perchè qualcuno potrebbe pensare che abbia aperto questo spazio per secondi fini, e ciò non è mai stato.

Quindi, senza tanti giri di parole, a 200 post esatti il blog "chiude", forse per sempre e forse no, lascio sempre una porta aperta.
Voglio ringraziare tutti i miei lettori e followers per questo cammino assieme, e invito eventuali nuovi utenti a esplorare ciò che lascio, perchè ovviamente il blog resta in rete a disposizione di tutti, e continuerò a rispondere (magari non celermente) a ogni domanda che vorrete pormi.

Un caro saluto,

Omar.