martedì 29 novembre 2016

"MAIGRET E GLI ARISTOCRATICI" (O MAIGRET E I VECCHI SIGNORI) DI GEORGES SIMENON.

Tutte le volte che dichiaro che la serie del commissario Maigret è la vera “Comedie Humaine” del ventesimo secolo, sembra sempre che parta la sparata dell’appassionato di letteratura popolare che si vuole cimentare in paragoni importanti, ma ad ogni nuova lettura o rilettura di un romanzo del ciclo, la mia convinzione non solo rimane tale, ma si rafforza.
In fin dei conti la saga di Maigret, prima itinerante per tutta la provincia Francese (e ben oltre;Belgio, Olanda, perfino New York) e poi raramente ambientata fuori da Parigi e dintorni, ci ha regalato un affresco pressoché totale di una capitale Francese ormai talmente stravolta nel tessuto sociale e nell’urbanistica che quella Simenoniana risulta al lettore odierno (specialmente per chi conosce la città com’è adesso..io purtroppo ancora non ci ho messo piede) quasi un mondo fiabesco, una pura astrazione idealizzata come l’Ovest selvaggio di John Wayne o l’Inghilterra degli Squire e dei villaggetti.
Ma comunque la Parigi di Simenon, al contrario di altri mondi mitici, esisteva eccome, e l’autore ce l’ha presentata veramente in tutti i suoi aspetti; dai quartieri più popolari densi di commoventi perdenti Brassensiani(Maigret e il ladro pigro, Maigret e l’uomo della panchina, Maigret e il cliente del sabato) ai clochard lungo la Senna (Maigret e il vagabondo) ai nuovi quartieri-dormitorio proliferati dal dopoguerra in poi (La ragazza di Maigret) ai delicati ritratti di donna (Cecile, Maigret e la giovane morta) e soprattutto ci ha presentato via via i nuovi Parigini; gli immigrati Polacchi di “Un’ombra su Maigret” o il Libanese dell’omonimo romanzo, i giovani beatnik di Maigret e il ladro, niente e nessuno è sfuggito all’occhio critico benevolo e spietato al tempo stesso quando incredibilmente acuto dell’autore.

Ma prima del 1960, in un periodo della serie che molti ritengono già di decadenza ma che per il sottoscritto, come ho dichiarato altre volte, è quello con molti dei romanzi più belli, Simenon azzardò molto ambientando un suo romanzo (Dopo il celeberrimo Caso Saint-Fiacre) nel mondo dell’aristocrazia; nella Parigi postbellica in pieno fermento politico e sociale i tipi più in evidenza erano ben altri, tanto che la minoranza di sangue blu, privata di molto del suo blasone, in piena decadenza e con molti dei suoi rappresentanti ormai anziani, era considerata alla stregua di un fastidioso anacronismo, dei relitti avulsi dal nuovo contesto sociale.
Ma Simenon, che oltre che un genio era un uomo sensibilissimo, riuscì a rendere giustizia a queste persone in fondo sfuggenti e misteriose, spesso vittime del loro stesso augusto nome; Maigret, infatti, viene chiamato in seguito al ritrovamento del cadavere del conte di Saint-Hilaire, noto ex ambasciatore in persona, ucciso da ben quattro colpi di revolver nel suo studio da qualcuno che lui stesso aveva fatto accomodare. Maigret, che si sente in preda a una soggezione che sfiora il disagio in quell’ambiente di nobili a causa della sua infantile adorazione per la sfuggente e altera contessa di Saint-Fiacre (geniale il rimando al capolavoro scritto quasi trent’anni prima) considerata dal Maigret bambino come una sorta di dea benigna, inizia a indagare sulla vita del morto, e viene a conoscenza di una storia assurda che sembra tratta da un romanzo d’appendice di tanti decenni prima in stile Feval o Bourget, ovvero quella di un amore durato una vita e rimasto platonico per motivi di etichetta tra il morto e la contessa Isabelle, un amore nato in gioventù vissuto intensamente, con appassionate missive quotidiane, un continuo spiare in silenzio l’uno la vita dell’altro (sarà casuale il rimando al meraviglioso racconto “Wakefield” di Nathaniel Hawthorne? Chissà se Simenon lo conosceva…) vedersi appassire, invecchiare, sempre da lontano; a questa emozionante vicenda rievocata durante tutto il racconto si alterna la mediocrità degli eredi e dei parenti più giovani dei due nobili, persone meschine incapaci anche solo di capire tutto quel sentimento. Ma sarà uno di loro, giovanissimo e più sensibile degli altri, a incanalare il caso sui giusti binari, e un simpatico abate a fornire a un Maigret provato e commosso la (per niente scontata) soluzione.

Insomma, questo “Maigret et les vieillards” (Maigret e i vecchi signori nell'edizione Adelphi) ha tutti i pregi dei migliori romanzi Simenoniani senza averne i difetti, assolutamente uno dei migliori del ciclo, da recuperare senza esitazioni. E preparate qualche fazzoletto vicino al comodino.

domenica 13 novembre 2016

"I MISTERI DI CHALK HILL" DI SUSANNE GOGA.

Quando si acquista un romanzo avendo buone aspettative su di esso e queste non vengono deluse è una gran bella sensazione per un lettore, ma ve ne è una ancora migliore; acquistare un libro senza aspettarsi molto e trovarsi invece tra le mani un prodotto di gran lunga migliore di quel che si crede.
E’ stato questo, per me, il caso de “I misteri di Chalk Hill”, della giovane Tedesca Susanne Goga, al suo primo romanzo tradotto in Italia dalla fiorentina Giunti Editore.

                                           L'autrice (fonte immagini; sito Giunti editore)

Ammetto che avevo adocchiato questo romanzo in libreria un annetto fa, ma troppo era il timore che si rivelasse un ennesimo romance scontato, un epigono degli epigoni, e lo trascurai; ma una entusiastica recensione sul blog l’Oeil de Lucien, fonte inesauribile di consigli per il sottoscritto, mi ha fatto decidere per l’acquisto, anche per il prezzo irrisorio (soli 6,90 per un romanzo di 400 pagine) dell’edizione economica uscita da poco.
Lo presi a fine agosto, nel momento in cui l’estate, anziché declinare, decise di fare la voce grossa, e rimandai la lettura di questo mystery goticheggiante a un clima più adatto, che in questa prima parte di novembre non ha certo deluso in quanto a sere buie e tempestose.
Che dire; me lo sono letto in tre sere, con sconfinato diletto.


Inizio col dire che la trama è quella che ci si aspetta; una storia del mistero con venature gotiche e atmosfere Collinsiane, ma riproposte con verve e originalità, senza essere un rifacimento, come dichiarato da qualche recensore, del Jane Eyre di Charlotte Bronte; anzi, tra la trama delle due opere le similitudini sono davvero poche, casomai abbondano i riferimenti non solo a Collins ma anche alla Braddon, fino ad arrivare a John Dickson Carr, non per le trame mirabolanti quanto per un certo sottofondo magico-demoniaco che aleggia sullo sfondo, atmosfere nelle quali il romanziere Americano era maestro.
La storia, in fin dei conti, è abbastanza semplice; una giovane e sensibile (ma al tempo stesso volitiva e determinata) istitutrice Tedesca di nome Charlotte Pauly giunge nella splendida tenuta di Chalk Hill, appartenente al severo e tormentato Sir Andrew Clayworth, rimasto da poco vedovo, per prendersi cura di sua figlia Emily, una bambina di otto anni intelligente e molto sensibile, che manifesta evidenti disturbi legati alla recente tragica perdita della madre, morta suicida. E’ presto evidente che sulla magione aleggiano svariati misteri, di sospetta origine ultraterrena, in quanto la presenza della morta alleggia greve.
A questa storia si intreccia, per poi incontrarsi, la sottotrama riguardante Thomas Ashdown, brillante e curioso giornalista e critico teatrale che, dopo essere entrato a far parte di una società il cui obiettivo è studiare i fenomeni soprannaturali in modo scientifico smascherando al tempo stesso imbroglioni e ciarlatani (siamo alla fine del diciannovesimo secolo, epoca nella quale l’interesse per lo spiritismo era al massimo fulgore) giunge proprio a Chalk Hill per appurare quanto ci sia di vero nelle strane visioni della piccola Emily e di altri membri della servitù.
Sarebbe un delitto rivelare oltre, basta sapere che la suspense è gestita egregiamente, e i colpi di scena sono molteplici e per niente scontati; e poi, questo va sottolineato, la Goga ha una prosa di una leggerezza e nitidezza fuori dal comune, non ci sono pagine di troppo e tempi morti, e soprattutto l’autrice riesce a inchiodare il lettore alla poltrona senza premere sul pedale degli effettacci o del sesso sfrenato come ormai accade per molti romance contemporanei (anzi, se proprio si deve fare un appunto al romanzo, forse la storia d’amore, che comunque è presente, è troppo sacrificata rispetto ad altri aspetti, cosa che so già ad alcune mie lettrici non farà piacere…) ottenendo il risultato prefisso senza alcun bisogno di tinte troppo forti.


Certo, è ovviamente molto prematuro affermare che la letteratura ha trovato una nuova Shirley Jackson o Susan Hill o Sarah Waters, ma un altro banco di prova è ormai imminente; segnalo infatti che il prossimo mercoledì, 16 novembre, uscirà sempre per Giunti il secondo romanzo dell’autrice tradotto in Italiano, “Il segreto di Reverdiew college” che dalla trama promette faville; sarà il mio regalo di compleanno, ho molta fiducia in questa autrice, perché, comunque vada, questo “I misteri di Chalk Hill” è un romanzo che merita davvero di non finire nell’oblio, un piccolo capolavoro che spero col tempo diventi un classico del romanzo gotico contemporaneo.

giovedì 10 novembre 2016

RIPARTIAMO?....

Cari lettori e followers di "Assassini e gentiluomini",


Siccome, come canta Venditti "Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano", sono lieto di annunciarvi che il mio congedo, che forse era un arrivederci, alla fine era un arrivederci davvero. Diciamo che non ci speravo, ma ora che le cose per me vanno leggermente (e dico leggermente) con ritmi più lenti, posso tornare a dedicarmi al blog ma soprattutto, e qui stava l'impresa, a leggere libri dei quali poi scrivere.

La decisione di tornare a scrivere è dipesa anche, e ve lo dico di cuore, dai tanti messaggi che ho ricevuto, veramente carini e ai quali era davvero difficile rimanere indifferenti. Spero però che molti di voi che mi seguono decidano di commentare, di partecipare; sarà più divertente per voi e per me.

In ogni caso sarà difficile per me scrivere con la stessa frequenza di prima; dovrete accontentarvi, temo, di pochi post, ma si spera buoni.

Insomma, spero sarete con me in questa nuova vita di "Assassini e gentiluomini 2.0", vi aspetto numerosi!!

Omar.


sabato 24 settembre 2016

UN CONGEDO...FORSE UN ARRIVEDERCI.

Cari amici,

ormai vi sarete accorti del mio silenzio prolungato, dei post sempre più radi, della mancata segnalazione di novità e tanto altro. Senza dare tante giustificazioni, ammetto che una serie di fattori mi hanno tenuto e mi terranno lontano da questo blog. Si, senz'altro ho maggiori impegni familiari e lavorativi che tendono a riempire (nel bene e nel male) le giornate, ma sinceramente ammetto che dopo 5 anni di letture un filo monotematiche è venuto meno anche l'interesse, la passione per il genere; non seguendolo più, ho anche poco di cui parlare. Tre anni e mezzo di blog sono tanti, in fondo, la vita si evolve e così gli interessi, e se continuassi a postare lo farei solo per onor di firma, e non ho ore da perdere per questo, ahimè. Ho anche altri motivi per cui sono un poco deluso, ma non li esprimo perchè qualcuno potrebbe pensare che abbia aperto questo spazio per secondi fini, e ciò non è mai stato.

Quindi, senza tanti giri di parole, a 200 post esatti il blog "chiude", forse per sempre e forse no, lascio sempre una porta aperta.
Voglio ringraziare tutti i miei lettori e followers per questo cammino assieme, e invito eventuali nuovi utenti a esplorare ciò che lascio, perchè ovviamente il blog resta in rete a disposizione di tutti, e continuerò a rispondere (magari non celermente) a ogni domanda che vorrete pormi.

Un caro saluto,

Omar.

martedì 30 agosto 2016

LA “DONNA HITCHCOCKIANA”; LE MUSE ISPIRATRICI DEL MAESTRO DEL BRIVIDO.




Un paio di volte l'anno, come i malesseri di stagione, mi assale una turpe voglia di tutto ciò che riguarda Hitchcock e dintorni, finendo per rivedere film visti mille volte, sfogliare monografie lette mille volte etc. Lo scorso ottobre avevo dedicato un post ai suoi film, adesso lo dedico alle sue donne, fondamentali per la riuscita del suo cinema.
Hitchcock, un uomo non bello ed eternamente sovrappeso, legato a una donna geniale ma come lui senza alcuna attrattiva fisica, tendenzialmente misogino, cercò di idealizzare la donna come nessun altro mai; movimenti di telecamera che sono come carezze a donne di grazia e bellezza superiori, che mai il frustrato Hitch avrebbe potuto avvicinare se non fosse stato il più grande regista di tutti i tempi. E fu fortunato ad aver lavorato in un periodo densissimo di attrici bellissime e raffinate quanto talentuose; con la penuria di vere grandi dive che affligge il cinema odierno, la meno dotata e fortunata delle sue attrici sarebbe richiesta come protagonista da chiunque.
Le interpreti meravigliose (sia per bellezza che per bravura) che hanno popolato i cinquantatre film del maestro sono decine, ma in questo articolo ci occuperemo di quelle attrici che" appartengono" a Hitch più che a chiunque altro, o che  addirittura hanno brillato solo sotto la sua direzione.
Mi spiego; sarebbe doveroso occuparsi di artiste bellissime e bravissime come Sylvia Sidney, Maureen O'hara, Teresa Wright, Marlene Dietrich, Jane Wyman, Carole Lombard, Tallulah Bankhead, Julie Andrews, Anne Baxter e  Shirley MacLaine, ma sono stelle che hanno brillato maggiormente con altri registi, e che col regista hanno lavorato troppo poco e talvolta in film poco riusciti. O anche di dive come Alida Valli o Kim Novak, che con Hitch non si sono intese nemmeno per sbaglio, nonostante le loro prestazioni siano di livello; qui si parlerà solo delle muse personali del regista. Non farò graduatorie ne esprimerò preferenze per una o per l'altra, alcune di loro le ho amate e le amo troppo, e sono tutte sullo stesso piano; per cui me ne occuperò citandole in ordine cronologico, per un periodo che va dai film muti fino agli anni sessanta, per sottolineare di come Hitch abbia sempre cercato una "sua" donna, e puntualmente quando la trovava esse poi lo sfuggivano, si allontanavano da lui, forse per quell'abbraccio troppo asfissiante di una cinepresa dotata di mani insinuanti che le metteva a nudo più che se fossero rimaste davvero senza veli.
Tutte le attrici veramente Hitchcockiane avevano una caratteristica in comune; erano bionde o comunque di pelle chiara, di una bellezza sofisticata (e talvolta sofisticata e carnale al tempo stesso, come vedremo) e di una grazia superiore, difficilmente riscontrabile nella realtà anche in quei tempi più pudichi. Infatti Hitch notoriamente detestava il tipo di donna troppo carnale come Marylin Monroe, Brigitte Bardot e Martine Carol, mentre tra le Hitchcockiane mancate risultano attrici "semifreddo" come Catherine Deneuve o anche Audrey Hepburn, che girò thriller alla Hitchcock come “Sciarada” ma senza mai (purtroppo) lavorare direttamente col maestro.
Cominciamo la rassegna. Due precisazioni; le foto delle attrici non sono sempre tratte dai film in cui recitano con Hitchcock, ma ho solo scelto le foto che reputo più belle tra quelle disponibili in rete. Inoltre, quando non diversamente indicato nei credits, il ruolo che esse svolgono nei film interpretati è sempre quello della protagonista.



1 - LILLIAN HALL- DAVIS (1898--1933, appare in "Vinci per me" (The ring, 1927) e "La moglie del fattore" (The farmer's wife,1928).





 Ok, se molti di voi non l’hanno mai sentita nominare, non è una colpa; questa attrice si segnala per essere stata la prima ad essere davvero affiatata col giovane Hitchcock, ma con esso ha girato solo due film muti.
Il merito di Lillian Hall Davis, vagamente somigliante a Lillian Gish e con un’oncia del suo talento, è stato quello di interpretare in modo convincente due tipi femminili molto diversi tra loro, in due film ascrivibili entrambi al genere della commedia.
Nel primo film, “The ring” una pellicola a me molto cara per varie ragioni (Il mio primo muto hitchcockiano, la bellezza delle riprese dell’ancora agreste campagna Inglese, simpaticissimi interpreti) , interpreta una seducente ragazza di campagna dalla moralità abbastanza discutibile, visto che passa con estrema disinvoltura tra le braccia dei due pugili protagonisti della vicenda, tradendo il marito boxeur dilettante con il campione in carica ma poi pentendosi mentre il marito sta per essere umiliato dal rivale anche sul ring (Cornuto e mazziato, dicono a Napoli) e dandogli la forza di reagire e sconfiggerlo. Insomma, un personaggio al tempo molto discutibile, che però l’attrice sa far apprezzare ugualmente.
Nel secondo film “The farmer’s wife” commedia di derivazione teatrale simpatica ma troppo statica, interpreta invece una devota, umile e fedele governante che si strugge d’amore per il padrone, il quale invece cerca una moglie del suo stesso rango non accorgendoci che la donna ideale l’avrebbe già in casa. Qui la Hall-Davis ha meno possibilità di mostrare la sua versatilità, anche se il suo volto angelico è la cosa del film che si ricorda con più piacere.
L’attrice, purtroppo, non collaborerà più con Hitch anche perché subito dopo questi film iniziò per lei il declino, con una crisi artistica e personale (come tanti altri attori del muto, non riuscì ad adattarsi al sonoro e finì ai margini dello star system) che la porterà alla depressione e poi al suicidio, nel 1933, a soli 35 anni. La prima notevole attrice Hitchcockiana fu quindi un’infelice, purtroppo.
QUANTO LA AMO? Mi è sempre piaciuta molto, con quel fascino celestiale e quel faccino dolce, anche se è un’attrice che ha lasciato troppo poco per entrare nella memoria. Fu una perdita grave per il cinema Inglese e per gli spettatori di tutto il mondo.



2 - ANNY ONDRA (1902 - 1987, appare in "L'isola del peccato" (The Manxman, 1928) e "Ricatto" (Blackmail, 1929)




Se la Hall-Davis si avvicinava già molto alla futura donna Hitchcockiana “tipo” Anna Sophia Ondrakova, attrice Cecoslovacca arrivata in cerca di fortuna negli studios Inglesi, era invece l’incarnazione di ciò che il regista avrebbe “aborrito” negli anni della maturità; prorompente, carnale, seduttiva, aveva come diceva il regista con disprezzo “Il sesso stampato in faccia” e ben poco fascino etereo, ma ciononostante, anche per una grande intesa col regista sul set documentata anche da questa gustosa clip (nella quale peraltro si evidenzia l’umorismo sboccato del regista, che chiede all’attrice se la sera prima è andata a letto con qualcuno e cita una barzelletta oscena…)

video

la Ondra è da considerarsi la prima vera bionda di Hitch.
Col regista interpreta da protagonista due pellicole tra le migliori del primo periodo; in “TheManxman- L’isola del peccato”  recita nel ruolo di una giovane isolana “traviata” in modo estremamente convincente (il marito pescatore chiede all’amico giudice di badare alla fidanzata mentre lui va a far fortuna; come se fosse facile stare accanto a una simile bomba sexy e tenere le mani a posto….) e in “Blackmail- Ricatto”, invece, primo film sonoro e grande successo del regista, interpreta una giovane un poco civetta che accetta un appuntamento da un simpatico sconosciuto che si rivela essere un pervertito, e lo uccide per legittima difesa. Se i due film funzionano, lo si deve anche alla brava Ondra, che in Blackmail, causa il suo terribile accento slavo, verrà doppiata in presa diretta da Joan Barry, futura interprete di “Ricco e strano”.
La collaborazione con Hitch finirà poi subito dopo, visto che l’attrice tornerà in Germania dove tra l’altro sposerà il pugile Tedesco Max Schmeling, rimasto negli annali per aver atterrato il grande Joe Louis; reciterà ancora per qualche anno, poi si ritirerà dalle scene e vivrà serena col marito fino alla morte, nel 1987.

QUANTO LA AMO? Parecchio; ammetto che “Blackmail” e “The Manxman” lo riguardo, nonostante siano entrambi buoni film,  soprattutto per lei, un vero mix di simpatia, bravura e sensualità.




3-MADELEINE CARROLL ( 1906 - 1987, appare in "Il club dei 39 (The thirty- nine steps, 1935) e "L'agente segreto" (Secret agent, 1936)



La carriera del regista decollò dal 1934 in poi grazie anche agli interpreti di sempre maggiore levatura, tra cui la Carrol, forse la bionda Hitchcockiana più sofisticata in assoluto prima di Grace Kelly. Raffinata, altera e capricciosa o scanzonata e simpatica a seconda del copione, era un’attrice formidabile tra le migliori in assoluto della scuola Inglese. Anche lei fu protagonista di due pellicole del maestro, la prima un capolavoro e la seconda notevolissima, e la sua carriera continuò poi a Hollywood con film come “Il prigioniero di Zenda” e “Figlio, figlio mio” per poi rallentare notevolmente (specialmente dopo il matrimonio della Carroll con l’attore Sterling Hayden)  fino alla scomparsa dalle scene. Qualche altro film e sarebbe stata una stella imperitura, invece oggi pochi la ricordano ed è un gran peccato, perché di attrici come Madeleine Carroll, perle rare già al tempo, non ne nascono più.
QUANTO LA AMO? Beh, è sempre un grande piacere rivederla sullo schermo, ma a me le donne troppo raffinate e irraggiungibili hanno sempre un poco intimorito, e non riesco a farmele piacere come dovrei; gran piacere per gli occhi e la mente, non è mai stata nel mio cuore.



4 - NOVA PILBEAM (1919 - 2015, appare in un ruolo secondario in "L'uomo che sapeva troppo" del 1934 "The man who knew too much) e in "Giovane e innocente" (Young and innocent, 1937).




Con Nova Pilbeam abbiamo il primo tentativo del regista di allevare un’attrice tutta per lui, di plasmarla ed eleggerla a sua musa. Si racconta che Hitch, sempre piuttosto tirannico e indisponente coi suoi attori, con la giovanissima Nova fu sempre amorevole e gentile, e forse fu la sua prima “sbandata” per un’attrice che, non potendo possedere se non con turpi proposte (ma a quanto se ne sa, Hitch non era il tipo da cose del genere), cercò di idealizzare sullo schermo. In ogni caso, dopo il ruolo secondario ma importante della figlia rapita dei coniugi Lawrence nella prima versione de “l’uomo che sapeva troppo”  offrì una convincente prova da protagonista in “Giovane e innocente” (Molti critici scrivono che la sua interpretazione è stata legnosa, ma invece fu perfetta per il personaggio di una ingenua e sbarazzina ragazza di campagna; vederla sullo schermo è un piacere unico, sprigiona freschezza e giovinezza a ogni inquadratura) l’attrice, proposta dal regista per il ruolo di protagonista di “Rebecca”,  scelse invece di sposarsi e ritirarsi dalle scene, e Hitch la prese malissimo.
QUANTO LA AMO? Ammetto senza vergogna che per lei ho avuto una vera e propria cotta adolescenziale; quando vidi “Young and innocent” per la prima volta, a 16 anni, elessi la Pilbeam come la ragazza dei miei sogni, e anche se ovviamente con gli anni ho apprezzato di più altre attrici, Nova resterà per sempre nel mio cuore, e quando lo scorso Luglio ho letto della sua scomparsa sono stato triste per un po’. 



5-JOAN FONTAINE (1917 - 2013, appare in "Rebecca" (id., 1940) e "Il sospetto" (Suspicion, 1941)




Con Joan Fontaine si ebbe il primo fulgido esempio di donna Hitchcockiana “improvvisata”. Si, perché per interpretare il ruolo della seconda signora De Winter, dopo il rifiuto della Pilbeam, il regista e i produttori si trovarono in alto mare, e Hitchcock scelse un’attrice giovanissima ma già con qualche prova all’attivo, e in poco tempo riuscì a plasmarla in un’attrice a lui perfettamente congeniale. In “Rebecca” nel ruolo dell’uccellino spaurito che cresce e affronta prove immani per amore, è assolutamente eccezionale, forse la più grande interpretazione femminile in un film del maestro. E anche nel successivo “Il sospetto” nel ruolo di ragazza di campagna dimessa, quasi una vittima sacrificale , è convincentissima. Peccato che, dopo queste due sfolgoranti interpretazioni, il regista e la Fontaine si siano allontanati, e lei stessa, dopo quache altro exploit come “Lettera da una sconosciuta” non abbia avuto una carriera all’ altezza delle premesse iniziali. Tornerà nel mondo Hitchockiano dalla porta di servizio nel 1958 per interpretare un episodio de “L’ora di Alfred Hitchcock” dal titolo “Fino alla nausea” ma, seppur appena quarantenne, la sua bellezza virginale appare già sfiorita, e fa quasi male rivederla in una produzione del maestro. Muore novantaseienne nel 2013, mentre la sorella maggiore e grande rivale Olivia de Havilland le sopravvive, e lo scorso primo Luglio ha festeggiato il traguardo dei cento anni di età. Già, la De Havilland; che peccato non averla mai vista in un film di Hitchcock.
QUANTO LA AMO; Follemente; ho rivisto Rebecca e Il sospetto decine di volte, anche per le sue interpretazioni straordinarie. Una splendida attrice, una ragazza bellissima, il mio tipo di donna ideale.



6 - INGRID BERGMAN (1915 - 1982, appare in "Io ti salverò" (Spellbound,1945) "Notorious" (id., 1946) e "Il peccato di Lady Considine" (Under capricorn, 1949)




Parlare della grande Ingrid Bergman mi fa quasi soggezione, in quanto devo stare attento a non abbondare di superlativi; ma come faccio, visto che, tralasciando la sua filmografia spaventosa, anche solo per i tre film girati con Hitch, seppure uno solo sia un capolavoro, le sue interpretazioni sono comunque da dieci e lode?
In “Io ti salverò” film che sulle prime non mi convinceva ma più lo rivedo più acquista spessore, la Bergman, nei panni della psicologa innamorata del suo paziente (un Gregory Peck qui piuttosto moscio, che rovina un po’ la pellicola) fornisce una prova superlativa, ma è in Notorious, spalleggiata da un titanico Cary Grant, che fornisce una delle sue prove in assoluto più elevate. Passionale, altera, sofferente, un capolavoro di interpretazione che impreziosisce un film che sarebbe stato eccezionale anche girato con un’attricetta del varietà.
Il terzo e ultimo film che lei girò col maestro, uno degli ultimi a Hollywood prima dello scandalo Rossellini, fu “Il peccato di Lady Considine”, film stranissimo, di grande fascino ma del tutto avulso dal mondo Hitchcockiano, si rege tutto su una interpretazione drammatica e a tratti melodrammatica di una donna nevrotica e alcolizzata, quasi il personago di Notorious  portato alle estreme conseguenze; grande Bergman, ma film imperfetto.
Quando, nel 1956, l’attrice ritornò a Hollywood, Hitch non la chiamo più, le loro strade si erano separate, ma a quanto pare, contrariamente a tante altre attrici, in buoni rapporti reciproci.
QUANTO LA AMO; Come ogni cinefilo che si rispetti, la amo alla follia, non mi permetto nemmeno di fare tanti giri di parole; come direbbero a Roma per la squadra giallorossa, la Bergman non si discute, si ama.



7-GRACE KELLY (1929 - 1982, appare in "Il delitto perfetto" (Dial M for murder,1954) "La finestra sul cortile" (Rear window,1954) e "Caccia al ladro"  (To catch a thief, 1955 )




La Texana Grace Kelly (si, uno se la immaginava Parigina, Londinese, Newyorkese o al massimo di San Francisco, invece era una Cowgirl e agli inizi aveva, si dice, un accento yankee terribile e movenze per nulla affettate) Si ricorda per due cose; essere stata la più esemplare bellezza sofisticata della storia del cinema e avere fatto un matrimonio da sogno col principe Ranieri di Monaco. Ma soprattutto è stata al tempo stesso il più grande trionfo e la più grande pugnalata al cuore di Alfred Hitchcock. Il maestro, infatti, non amò nessuna come lei, la plasmò, la dirozzò e la valorizzò al massimo fino a renderla una grande icona del ventesimo secolo. Se Marilyn era la donna, lei era il sogno. La sua bellezza quasi soprannaturale  fece passare in secondo piano anche le sue doti di attrice, che, va detto non erano assolutamente eccelse; brava, ma certamente lontana anni luce da una Ingrid Bergman o Joan Fontaine.
Quando Hitchcock decise di farne una sua creatura, la giovane Grace aveva già lavorato in alcuni film importanti, su tutti “mezzogiorno di fuoco” dove era la moglie, angelica e tosta al tempo stesso, di un crepuscolare Gary Cooper.
Con Hitchcok, Grace Kelly interpretò alla fine solo tre pellicole (comunque quasi un record, solo la Bergman ne interpretò altrettante) ma che hanno lasciato tutte il segno. Nel godibile “Il delitto perfetto” non è ancora la creatura eterea rimasta nell’immaginario collettivo, anzi interpreta una moglie fedifraga in pericolo in un ingegnoso film girato tutto in interni, ma è col successivo “La finestra sul cortile” che la Kelly, fin dalla prima scena nella quale sveglia con un soave bacio l’addormentato James Stewart, viene consegnata alla storia del cinema. Anche nel resto della pellicola l’attrice recita in punta di cinepresa il ruolo di fidanzata maliziosa, sofisticata ma anche coraggiosa, fornendo forse la prova attoriale migliore di una pellicola dove pure i grandi interpreti abbondano.
Nella terza e ultima pellicola, il divertente ma un poco frivolo “Caccia al ladro” interpreta, in una escalation della sofisticatezza, una ricca nobildonna in vacanza, apparentemente glaciale ma che, con un improvviso ed eroticissimo bacio mentre tutt’attorno esplodono i fuochi d’artificio, sorprende totalmente un pur smaliziato Cary Grant.
Ma Hitchcock commise un grave errore, ovvero quello di girare veramente in costa azzurra invece di ricostruirla a Hollywood; successe che, durante le riprese, un giovane principe che non aveva niente da fare venisse a curiosare sul set, e si innamorasse ricambiato della primadonna. Il maestro andò su tutte le furie, arrivando quasi a minacciare la Kelly di azioni legali, ma l’attrice rescisse il contratto e preferì diventare una principessa.  Una fortuna per lei, una sfortuna per gli spettatori, poco ma sicuro.

QUANTO LA AMO; Impossibile negare il fascino superiore e la bellezza perfetta, ma per lei provo l’effetto “Madeleine Carroll” la ammiro come una meravigliosa opera d’arte, ma non riesce a scaldarmi il cuore, tutto qua. Ma capisco come questa sia una mia mancanza, non è certo colpa della povera Grace di Monaco.



8- VERA MILES (1929 - vivente, appare in "Il ladro" (The wrong man, 1957) e "Psycho" (id., 1960)





Questa attrice, attiva soprattutto negli anni cinquanta, è uno strano caso di donna-non-donna Hitchcockiana. Mi spiego meglio; non era bionda, non era affatto sofisticata ma anzi era una sensuale maggiorata, eppure il suo charme era in un viso e degli occhi bellissimi, e Hitchcock riuscì a trasformarla tanto da renderla una  credibile simil-Grace Kelly, anche se poi, in sequenze leggermente più sofisticate, la sua bellezza popolare prendeva il sopravvento.
E Vera Miles fu colei che forse, dopo Grace Kelly, causò il più grosso travaso di bile al regista; dopo una parte impegnativa di donna qualunque che scivola lentamente nella follia  nel bellissimo “Il ladro” sostenuta davvero egregiamente, Hitchcock iniziò a cucirle su misura il ruolo che l’avrebbe resa la sua nuova musa, ossia quello, per cui sarebbe stata davvero perfetta, della signora Elster di “Vertigo”. Ma l’attrice, prima dell’inizio delle riprese, annunciò  al regista di essere rimasta incinta. Per Hitch fu uno shock, un colpo basso, che lo gettò nello scoramento, e seppur di malavoglia dovette ripiegare sulla pur funzionalissima Kim Novak, che però Hithcok, ingiustamente, trattò malissimo, facendola sempre sentire una seconda scelta, un ripiego indesiderato. Ma a dirla tutta molto peggio andò alla Miles stessa, che in pratica compromise  la sua ascesa Hollywoodiana (ma credo che un figlio possa ripagare qualsiasi mancata carriera, almeno supppongo, poi non so) e dopo un ruolo secondario in Psycho e qualche episodio di “Alfred Hitchcock presenta” l’attrice uscì dai radar sia Hitchcockiani che cinematografici tout court, e si dedicò alla famiglia.
QUANTO LA AMO; Beh, mi è sempre piaciuta molto, nel “Ladro” è ancor più brava che bella, e anche i telefilm a cui ha preso parte li ho graditi moltissimo. Una buona attrice che apprezzo senza impazzirci.




9 - JANET LEIGH (1927 - 2004, appare in "Psycho”, 1960 )




Si, forse è un poco fuori posto, ma non potevo davvero escludere un'attrice che si ricorda non tanto per una interpretazione di rilievo, quanto per una sola scena, ovvero la geniale, iconica sequenza della doccia in “Psycho”, forse la scena più celebre della storia del cinema; tutti la conoscono, ma pochi conoscono la Leigh, che comunque, pur essendo anch’essa non conforme ai canoni del regista (misure da maggiorata, sessualmente aggressiva, in pratica una sorellina di Marilyn) che infatti la “usò e gettò” , ebbe, specialmente prima di Psycho, una carriera di tutto rispetto, con parti importanti in film come “Lo sperone nudo” di Anthony Mann o "Piccole donne" di Mervyn LeRoy. Il punto più alto prima di Psycho lo raggiunse senz’altro nel capolavoro di Orson Welles “Touch of evil” (Imbecillle titolo Italiano; l’infernale Quinlan) dove interpreta la moglie del poliziotto “buono” Charlton Heston, che verrà brutalizzata e imbottita di droga da un banda di balordi  in una sequenza tra le più pulp di sempre. Ma in ogni caso, il suo nome resterà sempre legato a Psycho, senza di esso ormai della Liegh se ne sarebbe perso, nel marasma di maggiorate del cinema del dopoguerra, anche il ricordo, e il suo nome sarebbe appannaggio di pochi cinefili.
QUANTO LA AMO; Bella era bella, e quando avevo 13 anni la sequenza di lei che si spoglia ed entra nella doccia (non si vede nulla, ma si immagina tantissimo) entrò nei miei sogni più lieti; ma come attrice, a parte una bella presenza, non l’ho mai trovata nulla di che. Decorativa.



10 - TIPPI HEDREN (1930 - vivente, appare in "Gli uccelli" (The birds, 1963) e "Marnie (id, 1964)




Negli anni sessanta il cinema era cambiato, e Hitchcock, anche se era ancora uno dei registi migliori in assoluto, non aveva saputo capire i nuovi attori, i figli dell’ Actor’s studio; Dopo il parziale fallimento  patito con Vera Miles, non era più riuscito a plasmare una diva che lo soddisfacesse appieno (e che si facesse comandare a bacchetta..) , ma nel 1963, fuori tempo massimo, volle fare un ultimo tentativo di creare una nuova Grace Kelly, e l’onore (ma anche l’onere!) toccò a Tippi Hedren.
Questa attrice, se per certi versi aveva le phisique du role per la bionda Hitchcockiana tipo, era però carente di un altro requisito indispensabile, ossia il talento, e stavolta l’invecchiato genio del cinema fu uno degli ultimi ad accorgersene, complice una imbarazzante infatuazione per l’attrice, che creò tensioni pressoché costanti in entrambi i film da lei interpretati. Se però ne “Gli uccelli” l’attrice, nonostante alcune riprese traumatiche (quando viene aggredita dai corvi, gli animali sono veramente legati a lei da cordicelle invisibili, e la Hedren riportò delle escoriazioni e danni alla cornea…brrr) riuscì a convincere anche la critica, in “Marnie” è ben visibile che regista e diva sono due separati in casa; la recitazione della Hedren è svogliata e monotematica, e sembra che il regista non se ne sia poi preoccupato molto. Per dirvi il clima allegro sul set; dopo una lite, Hitch parlò con la Hedren solo per interposta persona, “dica a quella li che…” oppure il simpaticissimo regalo natalizio del regista alla piccola figlia della Hedren, la futura stella Melanie Griffith, che si vide recapitare una bambola con le fattezze della madre…deposta in una bara(!!) e poi ci si chiede perché l’attrice cessò di lavorare con lui.
Dopo il disastro Hedren, Hitch, nei suoi quattro ultimi film, non cercò assolutamente più di creare altre dive, limitandosi a dirigere gli attori che gli davano a disposizione. Per quanto riguarda la Hedren, dopo i due film col maestro ebbe solo ruoli secondari, e poi lavorò per la televisione, una carriera tutto sommato modesta in questo caso specchio fedele delle capacità dell’attrice, che comunque resterà nella storia del cinema per essere stata l’ultima vera “Bionda Hitchcockiana”.
QUANTO LA AMO? Per nulla, mi spiace dirlo ma quando penso a lei immagino un brodo al semolino, insipido e inconsistente. Capisco le bellezze “semifreddo” ma in confronto a lei la Deneuve e Jane Birkin parevano la verace Gina Lollobrigida nel ruolo della bersagliera in “Pane amore e fantasia”. No grazie.

Bene, queste per me le dieci attrici esemplari di un esemplare genio del cinema,alle quali ha tanto dato e dalle quali ha tanto ricevuto.